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sabato 6 settembre 2008

Matrimonio col vomito.

Venerdì mattina, al volante della sua Ford-vecchio tipo-cabriolet, Lupina accompagnava il Nano all'asilo. Ad un certo punto ha cominciato ad avvertire un fortissimo malessere a livello gastro-duodenale, si è fermata davanti ad un'aiuola ricoperta di teneri fiorellini, ha aperto lo sportello ed ha vomitato su tutte le specie vegetali presenti sul luogo. Il Nano, evidentemente divertito dal fatto che la mamma si trovasse in tale frangente, sghignazzava dal sedile posteriore.
"Hai mangiato quella pizzaccia ieri sera, lo sapevo che prima o poi di pizza saresti perita!" sentenzia il Gig, dall'alto del suo intoccabile metro e novantacinque.

Venerdì mattina alle 10.30, di fronte al vasetto di pappagellà, il Nano si entusiasma, lo ingurgita fremendo e lo rivomita a più riprese.
"Si è agitato troppo giocando", commenta amorevolmente l'Educatrice 1.

Venerdì pomeriggio, Nonna Ansia si dipinge le unghie in attesa di dover sfoggiare qualcuno dei suoi anelloni da investitura papale, quando comincia ad avvertire uno strano malessere, e vomita dentro l'astuccio della manicure.
"Ho preso fresco, " decreta, essendo il non bene identificato fresco causa di molteplici malanni capaci anche di condurre alla tomba una povera donna.

Sempre venerdì pomeriggio, la Fantesca in forze alla casa materna accusa un analogo malessere e vomita mentre passa l'aspirapolvere. Essendo ella in totale comunanza spirituale con Nonna Ansia, si presume che abbia vomitato per processo simbiotico.

Sabato pomeriggio, durante il taglio della torta, lo Sposo accusa un malessere ma essendo egli un giovane morigerato e contenuto regge per tutta la serata, si sciroppa 20 km col mal di stomaco e gli stranguglioni, ma poi sbrocca e giunto alla magione finalmente vomita.
"Sarà il nervoso. Povero Mr.Coccinella, lui è una personcina emotiva, si sarà emozionato." commenta la Mamma dello Sposo, ancora parata a festa.
Il malvagio Gig sostiene che sia colpa delle scarpe di legno da lui indossate durante la cerimonia, ma si sa che parla per invidia perchè lui le scarpe di legno non ce le ha (nel link, un esempio di tipica scarpa di legno, che per essere sinceri a quelle dello sposo non gli legano nemmeno le scarpe. Qualcosa in questa frase non mi convince troppo.).

Non si riesce a capire come mai, la mia ipotesi di virus gastrointestinale non è accettabile. Probabilmente anche House avrebbe fatto fare i markers per l'amiloidosi e il lupus, ma poi sarebbe giunto alla mia stessa conclusione. Ma loro no, loro hanno preso fresco, hanno mangiato la pizzaccia, si sono agitati, si sono emozionati, ma il virus non ce l'hanno. Tsk, non è logico che una che non ha speso milioni di euro per libroni di medicina e specializzazioni non possa azzeccare una diagnosi. Brutti razzisti!
Insomma, il risultato di tutto questo trabagai è che hanno vomitato più o meno tutti, ma soprattutto che mia sorella trascorrerà una prima notte di nozze davvero indimenticabile.

mercoledì 16 luglio 2008

Post calzaturiero. Le espadrillas.

Signori e signore, sono tornate di moda le espadrillas.
Mi domando cosa abbiamo fatto di male per meritare tutto questo.

Le espadrillas sono il frutto della mente ingegnosa di qualche signore spagnolo a cui avanzava della corda e della tela di cotone, e che evidentemente aveva molto tempo da perdere.
Lupina fa rima con cretina. E infatti ha approfittato degli sconti e della quattordicesima gigghica per farsi del male.
"Toh, guarda, " pensa in piena estasi da scarpa di fronte ad una vetrina di calzature costose "son tornate di moda le espadrillas!", ed in preda ad una crisi mistica da infanzia che ritorna prepotentemente, entra e le compra. Annusando a piene nari l'odore tipico della corda di canapa, è vittima di un potente dejà-vu proustiano, e come d'incanto precipita nella sua pubertà di giovane ragazza informe molto poco attenta ai dettami della moda.
La differenza tra le espadrillas di adesso e quella di un tempo è minima, almeno al primo sguardo: giusto qualche glitter (eh già, stavate in pensiero, vero?) sulla tomaia. Tutto il resto è identico.
Il prezzo no: adesso, scontate, costano 15 euro. Un tempo te le tiravano dietro, ricordo che le trovavi persino al Conad, in fondo alla corsia ferramenta-giardinaggio-articoli stagionali. Un tempo le portavano i pescatori, i quali erano molto poco fashion e le massacravano, costavano pochissime migliaia di lire e non esisteva distinzione tra la destra e la sinistra, un po' come in politica ultimamente. La differenza tra l'una e l'altra la faceva il piede, lavorando internamente la fibra fino a renderla brignoccoluta in certi posti e in altri no, così che le potevi indossare anche al buio senza paura di sbagliare. Perchè, a parte tutto, le espadrillas erano di un comodo incredibile. E poi era una scarpa democratica, la portavano tutti. I cabinotti - o pottaioni, come si dice dalle mie parti- preferivano il modello monocromatico, con il tallone su, e sempre perfettamente pulite, gli sciagattati invece le portavano a ciabatta, e se non erano debitamente deformate e chiazzate erano cazzi. Ovviamente, una scarpa con tutte queste virtù deve avere anche dei vizi. E le espadrillas infatti ne hanno. E di tremendi.
Pestare una cacca con le espadrillas poteva trasformare una merenda in compagnia in un incubo alla The Ring. Le espadrillas facevano sì respirare il piede grazie alla morbida fibra naturale di cui erano composte, ma probabilmente la morbida fibra naturale di cui erano composte era ricavata dalle radici di certe piante con cui i cani devono aver stretto un'alleanza segreta, e per una strana alchimia dovuta alla selezione naturale e al lavoro dei millenni, la cacca riconosceva la fibra, la fibra riconosceva la cacca, si stringevano in un abbraccio indissolubile e quella che era una simpatica calzatura estiva diventava una fonte di disgusto e di infezione. Un processo chimico di natura malvagia e perversa dava il colpo finale: la suola si impregnava, la cacca di cane si sostituiva subdolamente alla fibra, e andava a finire che camminavi su una suola composta al novantotto per cento di cacca di cane. A quel punto, ti rimaneva soltanto la possibilità di aggirarti in solitudine, col campanaccio in mano come i lebbrosi del medioevo.
Infatti la resistenza delle espadrillas al contatto con un qualsiasi liquido era la stessa di un criceto in un gattile: ovvero, zero. Le espadrillas tuffate in acqua si scomponevano. Tu pensavi di fare una ganzata, a ciondolare giù i piedi da un pontile mentre ciucciavi il tuo calippo alla cocacola, e loro -maligne- tramavano nell'ombra: ritirare su i piedi e ritrovarsi con le suole ridotte ad un misero ciuffetto di fibre era un attimo. Grazie al mio peso lieve di giovine fanciulla priva di punto vita, ero spesso il bersaglio preferito della fauna maschile del mio gruppetto di amicizie balneari, e non c'era pomeriggio guascone sulla spiaggia che non terminasse con un bel tuffo in acqua vestita. Ritornare a casa scalza era il must dell'estate, altro che le mutande di Calvin Klein.
Nonostante le mie fervide preghiere affinchè Sua Divina Grazia Shri Bhaktivedanta Protettore delle Scarpe da Poco Prezzo intercedesse in mio favore, non ho ricordo di aver portato le stesse espadrillas per più di una settimana. Ne ho avute di tutti i colori: tinta unita, a righe, a fiorellini, a pois, con le stringhe, coi ricami. Ma mai il modello a cui tutte ambivano: il modello da sgualdrina.
E per intendersi, è quello con la zeppa e il laccio che si arrampica su per la caviglia. Orribili a vedersi, mai del tutto tramontate. In genere bicolori, con la punta blu e il tallone ecru, o viceversa. A me quelle da sgualdrina non le hanno mai fatte comprare. Sarà che sono alta, sarà che mia madre vigilava sugli acquisti della mia adolescenza, sarà che le indossavano solo le signore di una certa età, ma insomma, al modello col tacco non sono mai arrivata. Ma siccome le ho viste scontate allo Scarpamondo e mia madre è in ferie all'Elba e non potrà impedirmelo, adesso so che le avrò. E mi sento un po' più tranquilla.
Altra differenza tra le espadrillas di adesso e quelle di un tempo: in casa mia, si chiamavano spardegne. Non so chi abbia coniato questo termine, forse la mia bisnonna afasica che chiamava Beautiful Fuster.
"Mettiti le spardegne, che si va al mare!" mi ululava mia zia dalla cucina. E io, mentre mi infilavo le espadrillas seduta sul letto della camera che dividevo con la bisnonna afasica, pensavo che avevo davvero una famiglia strana.


Una comunicazione di servizio: domani a quest'ora io e il Gig saremo a Milano, al concerto di Tom Waits. Se qualche lettore del mio blog fosse per caso nello stesso posto alla stessa ora, dia un'occhiata alla fila 54. Noi siamo quelli con le espadrillas.
Anzi, con le spardegne.

venerdì 7 marzo 2008

Gli scambisti.

Una volta alla settimana, mocci e peli permettendo, porto il Nano in piscina non si sa bene a far che cosa. Nuotare, di certo no. Se per nuotare si intende stare a galla e sfruttare il principio di Archimede per spostarsi in acqua, non è questo il caso. Galleggiare, neanche: senza l'ausilio delle mie possenti braccia da lavandaia svedese il Nano finirebbe sul fondo della vasca a far compagnia ai bracciali smarriti degli armadietti. Affogare, neppure, anche se certe volte ci siamo avvicinati pericolosamente alla rianimazione cardiopolmonare.
Più che altro, si va a far la conta dei rispettivi sfaceli, a mostrare le mosciure e i flaccidumi, e a sparlare con le altre mamme delle mamme del turno successivo. O se non si riesce a rientrare nel primo turno a causa di un sonnellino troppo prolungato, si va a sparlare con quelle del secondo di quelle del primo. E via così.
La piscina è il mio incubo. Ci vado molto malvolentieri. Innanzitutto, è lontanissima e mi scazza una cifra caricare tutta la roba in macchina, poi nonostante non si possa entrare con i passeggini le mamme se ne fottono e arrivano con i bulldozer carrozzati schiacciando miseramente la tua roba. E poi non c'è mai spazio, le mamme son cafone e si portano dietro le nonne (ahiiii! graaaaave erroooooore!), il pavimento non rientra nel mio concetto di igiene sebbene sia piuttosto elastico, le docce sono un orribile luogo di pena secondo soltanto alla palude Stigia, e i batteri che causano le verruche li vedi correre come fulmini su tutte le maniglie delle porte. Se si aggiunge al panorama un Nano molto impaziente di buttarsi in acqua ed una mamma in infradito scivolose che sciabatta per stargli dietro, ecco qua un simpatico quadretto fitness.
La cosa che mi piace di più della piscina, è l'ingresso delle nonne sprint. Ce n'è una che puzza di sudore e di alcolico mal digerito che tutte le volte sbaglia l'ingresso, e passa da quella infida doccia con la fotocellula. E siccome le nonne son sì sprint, ma il costume non se lo mettono e se ne stanno in ciabatte tutto il tempo a bordo piscina ad aiutare le figlie (leggasi intralciare), va sempre a finire che qualcuna di loro si becca una bella doccia vestita. E siccome io son sempre sola e non c'è mai un cane che mi aiuti con la svestizione del Nano, mi vendico appostandomi dietro la porta dei gabinetti, pronta a saltare fuori e redarguire l'incauta nonnetta col mio bel ditino teso.
Ed un'altra cosa che mi sta sulle balls è la rastrelliera per le scarpe all'ingresso. Trattasi di scaffalatura stile Castorama, in cui gli utenti della piscina devono lasciare le scarpe. E mi sembra cosa buona e giusta. Se non fosse che la rastrelliera è posizionata in un fondo di stanzino senza uno straccio di finestra, cosa che provoca miasmi mefitici e svenimenti negli incauti utenti. In pratica, l'operazione di abbandono delle proprie scarpe deve avvenire in completa apnea. E augurati che non ti si formino quei fastidiosi nodi alle stringhe, perchè o hai la capacità polmonare di Majorca, o sei clinicamente morto. Le scarpe, che si tratti di abbandono o di recupero, io le lancio. Non mi sto nemmeno a preoccupare di metterle bene, le lascio lì e via. Ho fatto un po' da opinion leader, in questo, ed ho notato che adesso le lanciano più o meno tutti.
In genere, chi va in piscina sfrutta l'occasione e si mostra fèscion. Molte mamme e sorprendentemente quasi tutte le future mamme (avevo dimenticato di dire che parallelamente al corso di acquaticità per nani nella vasca accanto si tiene quello per panzone) sfoggiano epilazioni totali e perizoma. Io quando ero incinta la patata la ricordavo vagamente, più che altro per l'omonimia con il gustoso ortaggio. Figurarsi mettersi lì a pelarsela. E il perizoma, mah, che dire? Una stringa di stoffa larga quanto la cintura di una vestaglia che ti solca le chiappe e riappare lì dove la femmina tiene le sue cosine segrete, suvvia, ma non ha tutto l'aria di una tortura? Sono convinta che certi eretici sottoposti alla garrota si sentissero più a loro agio. Io, comunque, non me ne vergogno, e resto fedele ai mutandoni col fiocchino davanti.
Io invece son cialtrona, mi vesto male e soprattutto mi metto certe scarpacce da vergognarsi. Ad esempio, le mie scarpe preferite per la piscina sono una paio di Nike vecchie come la Ventura, bianche con baffo blu, che non hanno bisogno di essere slacciate per togliersele, ma basta una bella calciata e ti resta dentro pure il calzino. Calzini sui quali è meglio soprassedere. Dico solo che i più seri che ho son decorati con una fantasia di castagne, il che è tutto dire...
Son scarpe talmente vecchie e brutte e vagamente catarifrangenti che le vedo pure da lontano nella penombra della rastrelliera. Eh, a me piace la vita facile, che ci posso fare.
Insomma, l'altro giorno mi infilo queste scarpe, e improvvisamente mi accorgo che mi stanno molto comode. Oserei dire pure larghe.
Comincio a camminare come Bagonghi e mi avvio verso il parcheggio, ma uno strano ed angosciante tarlo mi perfora le meningi. Ma avevo questi calzini, quando sono uscita? e nel pensarlo, mi sollevo l'orlo dei jeans. Calzettoni bianchi di spugna da ginnasta sloveno, orrendi. Io per principio non metto questo genere di calzini, mi ripugnano. Sono privi di personalità, asfittici, atarassici, apatici. Non hanno mordente, e si accoppiano a casaccio con consanguinei, non sanno essere fedeli al proprio compagno. I miei, invece, sono monogami. Guai ad indossare un calzino con le castagne con uno coi conigli! Te ne accorgi subito, l'errore non passa inosservato.
Insomma, dai, son più stilosi, anche se ammazzano un pochino l'eros.
E mentre percorro i 500 metri che mi separano dalla macchina col mio passo strascicato in queste scarpe sempre più comode, mi accorgo che il proprietario della multipla parcheggiata accanto alla mia indossa delle scarpe identiche alle mie, ma cammina molto peggio. Infatti sembra uno di quei finti storpi che chiedono la carità nei giorni di mercato, solo di un realismo impressionante. Sarebbe stato un ottimo storpio, avrebbe rubato il lavoro a tutti.

A me è andata bene, perchè un 39 in un 44 ci naviga, ma dopotutto cammina.
Io son suonata, lo so. Ma possibile che un calzino molto glamour con fantasia di matite colorate, il cui calcagno gli deve essere per forza andato a finire sotto la pianta, non lo abbia minimamente insospettito?

martedì 15 gennaio 2008

Scarpe.

I bambini nascono sotto i cavoli, ma stranamente il mio mi è uscito dalla pancia provocandomi uno sbrano da 32 punti, non cumulabili con quelli della carta Conad. E quindi, niente servizio da caffè più zuccheriera.
Dicevo, nonostante quello che ti dicono da piccola, nonostante i libri sulla maternità, nonostante quello che ti insegnano ai corsi di preparazione al parto, io credo che i bimbi vengano da pianeti alieni.
Il nostro, ad esempio, proviene quasi sicuramente da Oglaroon*, un lontano pianeta situato nel Braccio Orientale della Galassia, in cui ad un certo punto della storia hanno cominiciato a proliferare i negozi di scarpe. Questo non lo rende molto lontano dalla realtà cittadina in cui vivo, dal momento che anche qua da noi la scarpa va forte, come i negozi di intimo e di abbigliamento per nani.
Gli abitanti di Oglaroon erano costretti a comprare scarpe in continuo, dal momento che per riempire i negozi le aziende erano costrette a produrne tantissime a scapito della qualità. Infatti le scarpe oglarooniane erano orrende e si scassavano subito. L'economia del pianeta Oglaroon arrivò a produrre soltanto scarpe, si saturò ben presto con quello che dagli economisti spaziali venne definito "Orizzonte del fenomeno Scarpa", e collassò miseramente in un vortice di rovina e distruzione.
Il Nano, allora, trasmigrò nella mia pancia, e non dette segni di appartenenza ad altre specie fino al compimento dell'anno e 3 mesi.
Da qualche settimana il Nano pare aver riacquistato la memoria del suo Karma passato, ed ha sviluppato una insana passione per le scarpe.
Le prova tutte. Si incazza come una belva perchè gli vanno grandi, o perchè scambia la destra con la sinistra e non riesce a camminarci dentro, e cade rovinosamente tra i lacrimoni. Getta scompiglio tra le sue scarpe, me le porta con occhio implorante, se le fa mettere e non ne è mai sazio. Non c'è decolletée o scarpone da montagna che lo freni in questa sua frenesia scarpomane: si inerpica in tacchi da 10, scivola dentro pantofole numero 47 (il Nonno Alzheimer è dotato di catamarani invece che di piedi), scia con le mie crocs gialle e pare beato. Hai voglia a comprare giocattoli. Lui non li caga neanche, l'unica cosa che vuole son scarpe, scarpe, scarpe. Ed in questo devo dire che somiglia alla Zia, il cui guardaroba sconfinato ne conta almeno 40 paia.
Credo che stia cercando la Scarpa Perfetta, quella che cerco io da anni, sulla cui esistenza in molti si sono pronunciati, ma che rimane nell'Iperuranio calzaturiero. Non si sa se esista. E se esiste, costa troppo, non so dove la vendono e non c'è mai il mio numero. La Scarpa Perfetta è frutto di un'emanazione divina. Neanche Ratzinger in persona ce l'ha.
La Scarpa Perfetta va bene con tutto. È elegante ma sportiva, comoda ma chic, marrone ma va bene col nero o nera ma va bene col marrone, non pesta mai le cacche, non scivola sul bagnato, somiglia ad uno stivale ed è bella, così bella che la gente ti ferma per strada per complimentarsi, e mai oserebbe chiedere "Dove l'ha comprata?", perchè sa che è fuori dalla sua portata.
Ovviamente, la scarpa è poco costosa, ma il suo aspetto scanzonato e al contempo serio e professionale incute soggezione. La Scarpa Perfetta non fa venire le vesciche, non è pesante, non si rompe mai e va benissimo con tutto. La Scarpa Perfetta fa chilometri senza aver bisogno di cambi dell'olio o dei pneumatici. La Scarpa Perfetta ha un battistrada perfetto, ha un'aderenza incredibile sul bagnato e non si consuma.
La Scarpa Perfetta non è roba di questo mondo. Io infatti odio andare a comprare le scarpe. Esco di casa con una certa idea, e mi devo accontentare di orride schiacciamerde made in china. Poi me le devo provare tutte, che palle, e camminarci dentro in mezzo a commesse melliflue, o se va bene assolutamente indifferenti.
Il Nano però l'aveva trovata. In mezzo alle cataste di scarpe a sconto, si è levata una manina nana che brandiva la più bella scarpa del mondo. Era Lei, la Scarpa Perfetta.
Mi sono quasi commossa alla vista di tanta beltà. Il Nano è uno che ci capisce.

Naturalmente non avevano il mio numero.

* Cfr Douglas Adams, Ristorante al termine dell'Universo