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giovedì 6 marzo 2008

L'angolino della massaia.

Care massaie, cari massai, date le molte richieste pervenutemi in questi giorni, provvedo a pubblicare la ricetta della
TORTA INSALUBRE E POCO EQUA E SOLIDALE DI CAROTE NON BIOLOGICHE.

Preparazione: 25 minuti.
Cottura: 1 ora.
Difficoltà: riesce anche ai bischeri.

Ingredienti:
250 gr di farina non proveniente dalla bottega equa e solidale.
2 cucchiaini di lievito in polvere (possibilmente quello chimico del LIDL)
250 ml di olio di semi
250 gr di zucchero
3 uova di gallina mutante
300 gr. di carote del supermercato
zucchero a velo per spolverizzare.

Preriscaldate il forno a 180°, se l'avete. Altrimenti, lasciate perdere tutto e andate a farvi un bel giro.

In una terrina setacciate insieme la farina, il lievito, la cannella e mezzo cucchiaino di sale. Con la frusta elettrica (e mi raccomando, non fatevi tentare dal farlo manualmente, altrimenti non avviene la giusta reazione chimica) sbattete bene l'olio, lo zucchero e le uova in un recipiente abbastanza grande.
Servendovi di un cucchiaio di legno, incorporate anche gli ingredienti passati al setaccio con la farina, e mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo.
Amalgamate infine le carote grattugiate, versate l'impasto nello stampo e fate cuocere per 50-60 minuti, finchè inserendo uno spiedino nel centro del dolce non ne uscirà pulito e contento. Se lo spiedino si lamenta perchè si sente sporco, è segno che o il dolce non è cotto, o la partita di LSD di cui avete fatto uso è deteriorata.
Lasciate raffreddare per 5 minuti prima di sformare il dolce. Non fate come me che tento di mangiarlo direttamente dalla teglia, ustionandomi il mento e il collo.
Servitelo così com'è, oppure spolverizzato di zucchero a velo.

sabato 9 febbraio 2008

Allegri malanni in famiglia.

Il Gig è malato. Il Nano è sano.
Io sono mentalmente deviata dalla presenza della macchina del pane nella mia cucina, e siccome l'uscita mi è preclusa, ascoltiamo le canzoni bastarde di Tom Waits e sperimentiamo la meraviglia domestica della panificazione dolciaria.
La macchina del pane è l'invenzione del secolo dopo il calzascarpe ed il doccino orientabile. Ma ci pensate, che tecnologia? Io adesso son qua che scrivo questo post, mentre le dita della macchina del pane stanno massaggiando della pastafrolla, che si trasformerà tra breve in biscotti succulenti con la glassa rosa e azzurra (rosa per le femmine e azzurra per i maschi, rigorosamente glitter). Ho fatto anche i croissant con la marmellata e dei panini con i pezzi di cioccolato fondente. Ma non mi sembrano molto intenzionati a lievitare.
Insomma, giosico e sforno, sforno e gioisco, il Gig è miracolosamente vigile nonostante il coma, ed il Nano suona la chitarra. Sono costretta in casa ma non ne soffro.
Evviva la macchina del pane!

mercoledì 6 febbraio 2008

Peccati lupini

Il Gig esce dalla doccia profumato di Badedas al riso e vaniglia, tutto avvolto nel suo pigiama di pile blu e grigino. Un pigiama molto maschio, altro che quei pigiamini da ragioniere con i polsini sulle caviglie e i disegnini tipo cravatta, roba che mio nonno ne teneva sempre da parte un paio per andare all'ospedale. No, questo pigiama qua è la quintessenza dell'erotismo, una nuvola virile e cazzuta.
Il momento è propizio. Il Nano dorme.
Il Gig, con uno sguardo obliquo carico di ormoni, mi pone la fatidica, virile domanda:

"Che si mangia stasera?"

Io lo abbranco come un'animala, e lo stringo all'angolo.
"Gig, stasera pecchiamo"
"..."
"Tortellini alla panna?"

Eh, quando si è a dieta, questo è davvero il massimo del peccato.

mercoledì 23 gennaio 2008

La mortificazione dei pani (per i pesci ci attrezzeremo)

Babbo Natale mi ha sempre portato delle cose meravigliose. Io sono molto grata a quel vecchione ringobbito per i bellissimi regali che ho ricevuto.
In occasione del mio ottavo natale, ricevetti in dono una cosa stupendissima: la Maglieria Magica di Barbie. Grazie a quella, ho salvato milioni di Barbie dall'assideramento. Grazie alla Maglieria Magica, non correvo più in giardino a grattugiarmi gli avambracci contro la corteccia degli alberi o a fratturarmi gli omeri pattinando sul piazzale di cemento, ma me ne stavo in casa a diminuire la mia scorta personale di diottrie confezionando chilometri e chilometri e chilometri di salsicciotti di lana colorata. Quando la lana finì, e tutta la casa fu invasa dai salsiccioni, arrivò di nuovo il Natale, e quel bravo vecchietto decise di assecondare le mie inclinazioni di brava massaia facendomi dono del Dolce Forno Harbert, dando il colpo di grazia alla mia forma fisica.
E così siamo andati avanti fino ad ora. Tutti gli anni, sotto l'albero, ho trovato un elettrodomestico per esaltare la mia abilità di donnina dalle manine d'oro.
Quest'anno è stata la volta della macchina del pane.
Ma qualcosa deve essere andato storto nella consegna di quest'anno: la mia macchina del pane, tanto amorevolmente recapitata dal bravo vecchino, deve aver preso una botta mentre veniva calata giù per il tubo della stufa (il Lupinaio non dispone di camino, al momento), e già da subito ha dato segni di grave squilibrio. Innanzitutto, quei dispettosi dei signori della Ke*w**d hanno deciso che il pane sfornato dal loro parallelepipedo bianco non poteva essere un pane normale, ed hanno messo ingredienti piuttosto difficili da reperire, tipo il latte scremato in polvere.
Ho pensato che quello artificiale per lattanti non andasse bene: in effetti ci deve essere di tutto in quei barattoli, meno che il latte. E quindi, via alla ricerca di un'erboristeria, un negozio di alimentazione naturale, una farmacia che vendesse il latte scremato in polvere.
Con una certa costernazione ho scoperto che non esiste una cosa simile in commercio, solo latte per lattanti. Ho provato la prima pagnotta col latte liquido, ed ho sfornato il primo, immangiabile laterizio. Chissà dove avrò sbagliato. Forse è il lievito che non va bene.

Già, il lievito. La mia macchina del pane è smorfiosa e schizzinosa, e vuole il lievito in polvere ad alta solubilità. E via a cercare per mari e per monti, senza trovare nulla di simile se non il solito lievito in polvere per focacce. Dopo 3 ore di lavoro, secondo laterizio.

E poi la farina. "Farina per pane non sbiancata", recita il libretto di istruzioni. Ma la farina normale non va bene? mi chiedo io. Sarà forse per colpa della farina, allora? E via a cercare una farina particolare, col risultato di beccarmi degli accidenti dal mio droghiere. Alla fine ho optato per una farina bio, ed ho incrociato le dita. Terzo laterizio.
Per farla breve, ho provato a usare l'acqua in bottiglia invece che quella di rubinetto, ho cambiato 3 tipi di lievito, ho provato a smontare e rimontare la vaschetta, ho cambiato 5 tipi di programmi diversi, ed ho sfornato una serie tale di mattoncini da poterci costruire un piccolo annesso agricolo da usare come rimessa per il trattore.
Alla fine mi sono rassegnata a queste due possibilità: o la macchina non va, o sono cretina.
Sì, vabbè, la seconda ipotesi in effetti non è del tutto da scartare. Ma mi rifiuto di credere che la mia vicina di casa, l'Emilia - nota come la donna più deficiente del mondo-, sia in grado di sfornare magnifici pagnottoni croccanti e se la tiri così tanto. E del resto tutti quelli che conosco che possiedono una macchina del pane si ritengono soddisfatti.
Da ciò si deduce che la macchina non funzioni. Viene riportata al negozio dove è stata comprata, e una tipa mi dice con un certo disprezzo che nonostante il tempo utile per il recesso non sia trascorso, lei non può ritirarmi la macchina perchè è stata usata. Maremma cignala, ma come facevo a sapere che non andava se non la provavo prima? "Signora, veda lei. Non è un problema mio." e se ne va, tentando di appiopparmi un buono sconto.
La cosa mi ha distrutta psicologicamente. Non solo sforno tavelloni tutto il giorno, ma mi pigliano pure per il culo. Decido di scrivere alla Dir. Gen. del Negoz., ma senza troppa convinzione.
Ed invece dopo venti scandalosi giorni in cui sembrava che la macchina del pane si fosse smaterializzata da questo pianeta, una gentile vocina al telefono mi informa che si scusano tanto, ma la scheda integrata in effetti era fallata, e mi aspettano in negozio per consegnarmene una nuova.
Finalmente il mio sogno di massaia diventa realtà: posso scendere le scale e presentarmi ai miei genitori dicendo loro guardate, sono io, la vostra figlia, quella che non sa fare un cazzo. Guardate che bel pagnottone soffice profumato e croccante che vi ho portato! L'ho fatto io. E da oggi mai più senza pane! Gioite, o popoli della Terra, perchè il tempo è arrivato, e la Macchina del Pane è qui tra di noi a riempirci di baguettes e di pandolci!
Sempre che si risolva il problema ingredienti.
Mi rivolgo agli amici maghi e streghe che lurkano il mio blog: sbaglio, o le code di rospo e gli occhi di lucertola sono più semplici da reperire?

Adesso vado a vedere a che punto è il mio ennesimo mattoncino. Chissà che stasera non si finisca il tetto dell'annesso agricolo.

venerdì 12 ottobre 2007

Aggiornamenti.

Stamattina gli Adorati sono venuti a prelevare il Nano, con la promessa di riportarlo in tarda mattinata. Purtroppo mi sono dimenticata di chiarire il concetto di tarda, e me lo hanno riportato vispo come un grillo alle 10 e 45. La torta era in forno, la cucina era talmente lurida che sentivo tuonare l'Armageddon, la béchamel era sul fuoco e la mia mano girava e girava per dissipare anche il minimo grumo, ed il Nano piangeva tutte le sue lacrime bramando la tetta.
"Lo addormento e poi mi rimetto in pista" mi sono detta.
Ha. Anzi, doppio ha. Povera illusa!
Eh, già, perchè l'imperativo del giorno pare che sia camminare. Camminare a cazzo di cane, senza senso, a caso. Sbattere dappertutto, piangere, rialzarsi e camminare camminare camminare. Gli Adorati si sono dileguati sorridendo, ed io mi sono lanciata alle calcagna del Nano e delle sue esplorazioni random con testata incorporata. Peccato che ogni tanto il Nano si ricordasse del fatto che posseggo due mammelle adeguate al suo fabbisogno, e pretendesse di venire in braccio a ciucciare.
Siamo andati avanti così fino a che esausta non l'ho messo nel suo lettino ed ho messo un pentolino di minestrina al fuoco per cucinargli la pappa. Mentre lui urlava dal fondo del corridoio tutta la sua rabbia ed impotenza, io venivo investita da una nuvola di vapore dall'odore vagamente bruciaticcio, e sfornavo un agglomerato di ingredienti ormai fusi in un unico blocco di carbonella.
Insomma, la torta è bruciata sui bordi. Forse anche dentro, ma chi ha il coraggio di guardare? La prova-stuzzicadenti non è in grado di determinare lo stato del nucleo. Forse con una radiografia, o forse col carbonio 14,.
Insomma, ho di nuovo fatto un troiaio che mezzo bastava.
Adesso dovrò addormentare il Nano, ritirare fuori tutto e rimettermi a sfornellare.
Acciderba acciderbona.
Per lo meno la béchamel si è salvata.

sabato 28 luglio 2007

Risolto il problema antiquariato

Ho pulito il frigo.

All'interno c'era di tutto, anche un paio di nerboruti uomini di Neanderthal.

Al mercatino mi hanno già detto che per le olive secolari che avevo nel secondo scaffale, mi danno in permuta tutto quello che voglio.

martedì 10 luglio 2007

Mai dare per scontato niente, coi Lupini.

Drin drin, suona il Lupinofono a Villa Lupina, risponde il Gig.

"Pronto, Lupino?" è la Lupi, in giro per il paese col Nano, "dovresti fare una cosa per me."
"Dimmi"
"Hai presente la vaporiera?"
"Sì"
"Dovresti prenderla e collegarla alla corrente"
"Ok. Poi?"
"Prendi il filtro e lo monti. Ci sei?"
"Sì"
"Riempi l'apposito vano di acqua minerale"
"Va bene"
"Poi monti il cestello, ne basta uno. Poi apri il frigo e togli una zucchina dal cassetto in basso. Anzi, due."
"Va bene. Poi?"
"Poi le prendi, le lavi sotto l'acqua corrente e le metti nel cestello della vaporiera. Tutto chiaro? Hai capito bene?"
"Tranquilla, tutto chiaro."


Menomale che ho un maritino attento e preciso. Me la posso prendere comoda in giro per i negozi del centro, cercare quello che mi serve e attardarmi nelle scemenze come mi piace fare. Tanto la cena del Nano la prepara il Babbo.

"Lupino, ma non hai acceso la vaporiera!"
"Ma tu QUELLO non me l'hai detto!"


Ha ragione. Non gliel'ho detto.

domenica 3 giugno 2007

Il Secondo Grande Disastro (sul Primo è meglio tacere).



Piccolo antefatto:

La Lupina ha i baffi.

Niente di mostruoso, solo due sottili, rade zone d’ombra, formati da una manciata di pelettini sottili, ma che ai suoi occhi appaiono come due terrificanti mustacchi da marinaio marsigliese. Purtroppo, una volta ogni paio di mesi, le scatta la depilazione compulsiva e si mette a strappar peli come una pazza, rispettando l’ordine dall’alto verso il basso.

Per effettuare questa operazione, occorrono alcuni importanti elementi cardine: l’assenza in casa di ospiti (uno lo darebbe per scontato, ma a Villa Lupina non è esattamente così), una buona dose di coraggio, ceretta a caldo a gogò e qualcuno che sollazzi il Nano nel frattempo.

Bene, ieri mattina solo 3 di queste condizioni si erano verificati…

Come La Lupina dette fuoco alla cucina.

Il Nanetto Scorbutico, dopo aver piantato grane per una buona mezz’oretta, finalmente si accascia nel suo lettino, e la Mamma può finalmente provvedere alla tanto agognata deforestazione pilifera. Dopo aver artisticamente spinzettato le sopracciglia lupine – ma lupesche come definizione sarebbe più appropriato – provvede alla messa sul fornello del pentolino della ceretta, anche se sulla scatoletta che lo conteneva qualcuno della ditta produttrice ha scritto “Attenzione – NON mettere questo pentolino direttamente sul fuoco, ma scaldare con l’apposito scaldacera”. Se se, stai a vedere che questi ti vogliono far credere che serve lo scaldacera, che non è nient’altro che un fornellino elettrico da campeggio (che oltretutto io ho da qualche parte, solo che deve essere uno di quelle cose che vanno perse durante i traslochi): molto meglio schiaffare tutto sul fornello, che si fa prima.

Così seminuda e sciabattante provvedo a lasciare il coso sul fuoco, e mi reco a terminare l’opera di definizione spelacchiosa.

Purtroppo non avevo calcolato due fatti importanti: la potenza del fornello, simile a quella di un acceleratore nucleare, ed il fatto che baby Lupino tende a svegliarsi anche se sente precipitare una foglia dagli alberi del boschetto in fondo alla strada, fatto sta che travolta dalle grida del Nano, lascio la ceretta incustodita a fondere.

Mentre sono curva sul lettino che cerco di riaddormentare il Nano, le mie narici percepiscono un odore sinistro, corro in cucina e scopro la devastazione: la cera ha preso fuoco, e le fiamme sono altissime tanto che lambiscono la cappa di cemento sopra il fornello.

Impietrita, non so che fare. Guardo imbambolata questo mini-pentolino da bambole che prende fuoco, e mi vengono in mente le crepés suzettes di Barbie, cosa a cui la Mattel, tra tutte le cianfrusaglie di quell'antipatica stangona di plastica, stranamente non ha pensato.

L’istinto di sopravvivenza comunque da qualche parte deve pur albergare nel mio corpicione, perché riesco a scuotermi dallo shock e rovescio un intera pentola di minestrina sui fornelli, spegnendo il fuoco ma spargendo cera fusa, morte e disperazione tutto attorno.

Ho trascorso tutto il sabato mattina in preda alle crisi isteriche, tutta presa a grattar via questa stramaledetta cera solidificata dai fornelli, che avendo meno di un anno rientrano nella categoria “Roba nuova”, ed avendoli pagati uno stonfo, anche in quella “Roba nuova che costa uno stonfo”, quindi ancor più pregiati.

Il Lupino era a lavorare, ed ho pensato bene di prevenire lo shock di fronte al muro annerito, telefonandogli con tono allegro e gazzilloro:

“Hey, Lupino! Dove sei di bello? Tutto bene? Vi state divertendo?” (La domanda “vi state divertendo” è quella che mi ha fregato. Di sabato mattina, alla guida di un mezzo di emergenza con la persona più antipatica del mondo dopo Bondi, non ci si può divertire di certo)

“Che cosa è successo?” Il Lupino è un omino che indubbiamente sa il fatto suo: individua subito quando è il momento di essere sospettosi.

“Niente, solo un piccolo incidente domestico”

“IL BIMBO?”

“Noo, che vai a pensare. Sai che è da un po’ che dico che dovremmo decidere di fare le pareti della cucina colorate, no? Credo che sia arrivato il momento.”


Oggi, mentre mi guardavo allo specchio, constatavo che anche un po' più folti i baffi non mi starebbero affatto male.

martedì 29 maggio 2007

Cibo

Non sapendo cosa preparare al Lupino per pranzo, ho lessato del riso pensando di assemblarlo con il classico preparato per insalate e schiaffarlo nel frigo, in attesa del suo fantomatico ritorno a casa (che non si sa mai a che ora avvenga), quando ORRORE!, mi accorgo che non ce n'è.
Ho quindi deciso di rischiare mettendo nel riso i peperoni grigliati avanzati, del formaggiaccio tipo emmenthaler, dei viusti che piacciono tanto a lui, e delle innocentissime olive nere.
Non paga del troiaio, ho deciso di rendere il composto più fluido con della maionese. E perchè non osare, con un coup de foudre di terrificante senape del Lidl?

Ciccio, non odiarmi se puoi. Adesso questo coso indefinibile ha preso vita nel nostro frigo, e staziona lì in attesa del tuo ritorno. E tu lo mangerai, ringraziandomi per la prelibatezza.

L'ho chiamato Insalata di Riso Con Avanzi Post Atomici.

domenica 6 maggio 2007

Domenica mattina e la colazione ottimista

Stamattina non ce n’è per nessuno: siccome è domenica e siamo tutti a casa, la mamma ha pensato di risvegliare la dolce metà con la delicata fragranza delle celeberrime frittelle americane, i pancakes! Evviva!
La realizzazione è semplicissima, lo dice il sito http://www.cosacucino.it, una specie di serbatoio universale di tutto lo scibile culinario, basta armarsi di pochi semplici ingredienti quali farina, latte, lievito in polvere e un uovo.
E che ci vuole? Se le massaie americane riescono a fare i pancakes, perché non dovrei riuscirci io che sono italiana e quindi molto più portata all’arte culinaria per definizione?
“Mescolare 400 gr di farina con 500 gr. di latte.” Okay, mi sento già molto yankee. Mi armo di fruste e comincio l’impasto. Uh oh, prima difficoltà: mi rovescio il latte addosso. Porco schifo, fa niente, andiamo avanti. Seconda difficoltà: si formano dei grumi grossi come gnocchi. Orcacciavacca, la ricetta non dice “ aggiungere un pizzico di sale, mezzo cucchiaino di zucchero ed una bustina di lievito in polvere quando il composto sarà pieno di grumi da far schifo”, piuttosto dice “ aggiungere un pizzico di sale, mezzo cucchiaino di zucchero ed una bustina di lievito in polvere quando il composto sarà liscio e ben mescolato”. Devo aver fatto qualcosa che non va… ma comunque non mi arrendo, tiro fuori un colabrodo a reticella e colo il tutto. Nel frattempo si sveglia lo gnomo, bello allegro e cinguettante. E pieno di cacca. Resisti, gnometto, la mamma finisce di mesco…
Oh, no, devo interrompere la ricetta per cambiare il piccolo che sta già ululando come un antifurto, altrimenti sveglia il marito, ed addio sorpresa. Vabbè, fa niente. Mi tolgo il grembiule, afferro lo gnomo inquieto e lo spoglio, gli lavo il culetto, gli metto un pannolino nuovo ed abbandono il pannolino caccoso su un mobile dell’ingresso, la toglierò dopo che avrò finito di mescolare.
Ok, il mescolìo (la mescolanza? Il mescolamento?) è ben riuscito, a questo punto posso dare il via alla padella ed aggiungere tutte quelle cose che dice la ricetta. Intanto il piccino si è sistemato a tavola sul suo seggiolone, e sta lanciando contro il muro dei pezzetti masticati di biscotto plasmon gorgogliando allegramente. Tutto il mondo sorride, stamattina: siamo tutti a casa insieme, e la mamma fa le frittelle per colazione, il piccolo gorgoglia benissimo e non sarà di certo un muro sporco di biscotto plasmon a rovinarmi la giornata. Tanto il biscotto dal muro viene via, che ci vuole?
Cuocio il primo pancake, quello di prova. Con la palettina controllo la cottura: non cuoce. Alzo la fiamma: ecco che brucia. Argh, ma tanto era di prova, adesso ne faccio subito un altro. Niente rovinerà questo meraviglioso ottimismo mattutino, nemmeno gli schizzi di composto che sto spargendo in tutta la cucina.
Il secondo pancake è venuto bene dal lato A. Il lato B brucia perché mi devo allontanare per raccogliere il ciuccio che lo gnomo, in preda ad un attacco di sacro furore, scaglia sotto il tavolo e che subito rivuole, altrimenti urla. Ma tanto era di prova anche il secondo. Il terzo cuoce benissimo fuori, ma da un buco su una facciata fuoriesce l’interno ancora crudo. Ho il sospetto che sia più semplice raggiungere il punto di fusione del nucleo che la perfetta cottura di questa straminchia di frittelle americane, comunque non mi arrendo e continuo a cuocere. Verso la settima frittella, ci prendo la mano e comincio anche a darmi delle arie con la padella in mano. Purtroppo la nona frittella si spatascia al suolo, in un delirio di onnipotenza tento il lancio con rivolgimento aereo che purtroppo riesce solo parzialmente, ovvero la frittella si gira sul lato giusto, ma purtroppo inciampa nel manico della padella e cambia traiettoria. Inutile dire che la frittella lascia il suo segno indissolubile sul mio pavimento di cotto. Così quando guarderò quella macchia, mi verranno in mente questi straca**i di americani, che si svegliano ad ora antelucana per far casino in cucina rompendo l’anima a tutta la famiglia, che magari di domenica vorrebbe dormire. E’ un miracolo che il marito non si sia svegliato, per cercare gli attrezzi ho tirato delle gran padellate contro l’interno del mobiletto che avrebbero svegliato anche uno in coma.
Vabbè, dai, abbiamo almeno due frittelle per uno sane sane. E quante ne vuoi mangiare, di queste frittellacce piene di grasso che fanno venire un culone enorme ed i brufoli? Mica vogliamo diventare come gli americani, che sono tutti obesi? Ma sì, 2 frittelle a testa bastano ed avanzano, te lo dice la mamma.
Cavolo, come ho conciato la cucina in una mezz’ora scarsa. Il lavello è ingombro di utensili sporchi di questa brodaglia immonda di cui sono fatti i pancakes, ci sono schizzi ovunque e quelli sui fornelli si stanno già incrostando inesorabilmente (e ci vorrà un esorcista, per mandarli via), c’è fumo e puzza di bruciato, ed un vago sentore di… di…
“Cacca!” esordisce la dolce metà appena sveglia, brandendo il pannolino caccoso dimenticato (argh) sul comò dell’ingresso.

Buon giorno, famiglia De Lupinis!

sabato 5 maggio 2007

Prove tecniche di pappa

Lo Gnomo da due settimane a questa parte è molto nervoso e più attivo del solito. Sfoggia due dentini che lo fanno somigliare molto a Nonna Abelarda, coi quali oblitera ripetutamente i miei capezzoli già fortemente provati da sette mesi di allattamento.
E’ tempo di provare lo svezzamento!, declama l’Esimia Pediatra. Mi consiglia una brodaglia che sicuramente il mio piccino gradirà, che va preparata seguendo un preciso rituale. Mi reco in farmacia, acquisto gli ingredienti: farina rigorosamente senza glutine (da tempo lo Gnomo Dentone si ciba di croste di pane e focaccine salate, alla facciaccia della celiachia e della moderna scienza dell’alimentazione. Roba che se lo sa l’Esimia, mi fa togliere la patria potestà), liofilizzato di pollo-coniglio-vitello.
Arrivo a casa, dove la Nonna, autoproclamatasi esperta a livello europeo di svezzamento, ha già preparato tutto l’occorrente per un buon brodo di verdura. La preparazione viene iniziata tra le grida della Nonna, la quale non si limita a criticare la mia maniera di sbucciare le verdure (“togli troppa buccia alla patata!” “quelle carote tagliale più a rondelle! Troppi tocchetti!”), ma mi minaccia col mestolino ritenendomi fondamentalmente indegna persino di preparare la minestrina a mio figlio.
Non so come mai, ma mentre sento sbuffare la pentola a pressione e lo Gnomo è completamente occupato a mangiarsi un calzino, ho la vaga impressione che siano tutti sforzi inutili, e che queste verdure innocenti andranno ad intasare le tubature del gabinetto.
Tuttavia, occorre provare.
A cottura terminata, mescolo questa farina con il brodo di verdura ottenuto (che non sarebbe nemmeno tanto male, solo che mancando totalmente di glutammato, sostanza dalla quale sono dipendente fin dall’infanzia, a me pare non abbia sapore) e col liofilizzato, butto dentro un po’ di parmigiano grattugiato ed un filo di olio di oliva. A questo punto, a sentire le altre mamme, i loro bambini sono già tutti lì che si leccano i baffi pregustando la pregiata leccornia, mentre il mio, legato saldamente sul seggiolone, dimostra già una certa insofferenza lanciando i suoi giocattoli per terra.
La prima cucchiaiata va a segno. Bene, penso io. La nonna, disfattista per natura, si mostra scettica. Ed infatti, dal secondo cucchiaio in poi, lo Gnomo fa una cosa di cui non lo avrei mai ritenuto capace: spalanca la bocca e lascia che gliela riempia completamente, ma si rifiuta di inghiottire e lascia che tutto gli coli fuori. La cosa che mi convince a desistere è l’espressione sconvolta del piccolo: non piange, ma mi guarda con uno di quegli sguardi assassini che sembrano voler dire: “mamma, proprio tu che sei la persona più importante della mia vita, tu che mi hai generato e nutrito con amore fino a stamattina, proprio tu mi fai questo servendomi per pranzo una sbobba che manco il cane, che quando non sa cosa fare va a mangiare le cacche dei gatti, avrebbe mai il coraggio di mettersi in bocca?”.
Poggio il piatto, e desisto. Nel frattempo, lo Gnomo è passato dalla resistenza passiva al pianto isterico.
Che fare? Tetta-coccole-ancora tetta.
Rimandiamo a domani.