sabato 26 dicembre 2009

La Germagna. Amarcord.

Sono stata a studiare in Germagna, anni fa.
La Germagna è un paese curioso. Innanzitutto, ci sono molti germagni. O forse dovremmo definirli più correttamente "tedeschi". Però non si capisce bene questa cosa del nome: se in Spagna ci sono gli spagnoli, se i francesi vivono in francia, i tedeschi dovrebbero popolare allegramente la Tedeschia. E invece no. La Tedeschia non esiste.
Esiste però la Germagna, grande paese del centro Europa, dove la gente mangia delle cose che somigliano a quei simboli fallici che pullulano i libri di storia dell'arte pre-cristiana e che si trovano agevolmente in tutti i supermercati LIDL d'Europa sotto forma di biustel. I biustel si possono anche chiamare viustel, vuste, blusterl, biusti. Tanto i tedeschi li chiamano in un altro modo e non capiscono mai quando noi stranieri proviamo ad ordinarli al ristorante, e conviene fare un disegnino. Senza esagerare con la dovizia di particolari, perchè di solito i camerieri si offendono a morte e non solo non vi portano niente, ma vi sbattono pure fuori in malo modo.
Eh già, perchè la Germagna è la patria di questi famigerati biustel, uno degli entusiasmanti alimenti cardine dell'alimentazione nanesca.
I biustel si mangiano con delle salse, e sono fondamentalmente di due qualità: quelle che si capisce cosa sono (ketchup e senape), e quelle che non si capisce che cosa sono (tutte quelle di colore differente dal giallo senape e dal rosso ketchup). Alcune sono buone, altre fanno schifo.
Come si fa a distinguerle? Si assaggiano. Se poi si ha la sfiga di incappare in quelle schifose, pazienza. La volta successiva magari va meglio, non bisogna disperare.

Io quando ero in Germagna, per esempio, avevo dei problemi con l'alimentazione. A dire la verità avevo anche altri problemi, tipo per esempio quello del bidet, dell'asciugacapelli che non mi entrava nella presa e che mi costringeva a penose elemosine dalla vicina di stanza, il problema di fare la cacca nel bagno comune del pensionato studentesco in cui vivevo (mettevo la sveglia per fare la cacca di notte, dico solo questo).
Ma soprattutto, avevo ENORMI problemi con la lingua.
Eh già, perchè in Germagna non parlano il germagno, ma il tedesco. Che magari il germagno era pure uguale all'italiano, pensa te che culo, e non c'era bisogno che io facessi tutta questa fatica per imparare tre parole messe in croce. Ma siccome son sfigata e sono destinata a patire come un cane, ecco che non solo è completamente diverso dall'italiano, ma è anche praticamente impossibile da imparare.

Il tedesco è una lingua di una complicazione estrema. Innanzitutto, le parole sono tutte uguali. Hanno tutte un fonema -sch- nel mezzo, cosa che confonde assai le povere creature di lingua romanza. Te poveretto ti fai questi percorsi mentali per ricordarti le parole, magari hai pure i trucchetti, "ma sì, la parola che comincia per sch- o che ha -sch- nel mezzo", e poi ti rendi improvvisamente conto che questo stracacchio di fonema è praticamente ovunque e popola almeno i 3/4 del vocabolario, e voi potreste dire una qualsiasi cosa totalmente insensata invece di una frase di senso compiuto.
Poi possono essere lunghissime e composte, e creare concetti che in italiano non esistono. Oppure possono essere cortissime, ed avere significati assai articolati. Oppure, come nel caso dei verbi, possono essere separabili, irregolari, antipatici, bastardi, e fare quello che gli pare ficcandosi in fondo alla frase, che finirà con un misterioso an-, oppure uno strano ab-, o uno auf-. E voi, che con fatica avrete tradotto una frase, scoprirete che quella cacchio di particella non saprete dove ficcarvela.
Ma comunque, se parlate inglese, siete a posto. Quasi tutti parlano inglese.
Infatti io in Germagna non ho imparato un cavolo, perchè parlavo quasi esclusivamente inglese o spagnolo: inglese con gli svedesi, spagnolo con gli spagnoli.
Che poi mi sono accorta pure che non parlavo veramente spagnolo. In realtà parlavo una specie di veneto con la -s in fondo, ma gli spagnoli sono un popolo estremamente civile e festaiolo, quindi mai si sarebbero permessi di farmi notare il fatto che parlavo un dialetto incompresibile da contadina sottosviluppata. Anzi, fingevano di comprendermi e si facevano pure delle grasse risate, dispensandomi grandi pacche sul groppone.

Ciononostante, a lezione di tedesco ero la più bravissima di tutti.

Sarà probabilmente dipeso dal fatto che la classe era composta da una anziana signora inglese sorda, una giovane ragazza irlandese, tre asiatici (una delle quali si chiamava Mei-xiou, che in inglese suonava come My Shoe, con risvolti veramente esilaranti per le due signore sopra menzionate, che adoravano tormentare la povera Mia Scarpa), alcuni spagnoli che arrivavano a lezione ubriachi fradici alle 8.00 del mattino, un arabo che dormiva sempre ed un'americana competitivissima che mi detestava per lo charme e il savoir faire, e che soffriva di balbuzie. Quest'ultima cosa confesso mi ha favorito tantissimo nella scalata sociale. Se l'americana non avesse balbettato di brutto, ed impiegato un quarto d'ora di media per pronunciare una frase semplice, non sarei stata la donna di leggendaria bravura che invece fui. Lei lo sapeva, e mi odiava per questo.

La nostra insegnante era una donna di circa cinquant'anni, che parlava soltanto tedesco. E che quindi ci costringeva a fare sforzi disumani per chiedere informazioni anche basilari, tipo a che ora si va in pausa o dov'è la toilette. Questa signora racchiudeva in se' un lato molto inquietante, in cui ci imbattemmo tutti fin dal primo giorno.
"Salve, il mio nome è MARIIIIIIIA, e vengo tutti i giorni con il treno da MUUUURRRRRNAAAAAAAUUUU. ", così si presentò la nostra insegnante. E nel pronunciare la parola Murnau, innocente località dell'alta Baviera, l'inquietante Maria strabuzzava gli occhi in maniera innaturale e faceva la bocca a padella nella tipica espressione della zucca di Halloween, risultando un qualcosa di spaventoso davvero difficile da descrivere. Roba che io me la sognavo pure la notte. E la fatidica frase di presentazione veniva pronunciata almeno una volta al giorno, ogni qualvolta ci fosse un allievo in ritardo, per sottolineare il fatto che LEI, povera donna, nonostante la distanza da coprire davvero notevole, veniva tutti i giorni in orario. E mica dalla periferia, o dal paesino appena fuori le porte della città: lei arrivava AUS MUUURRRNNAAAAAAAAAUU MIT DEM ZUG. Non come noi cialtroni che la sera ci perdevamo in gozzoviglie e ci presentavamo in ritardo a lezione, con le cispe agli occhi e l'alitosi da festino, a soli 5 minuti di distanza di metropolitana.

Quasi alla fine del corso, mi resi improvvisamente conto che capivo.
Non tutto, ovviamente. Una parte di ciò che i tedeschi dicevano, per lo meno. Quando mi chiusi fuori dalla mia stanza e dovetti chiamare il fabbro, ad esempio.
" (incomprensibile) chiusa porta (incomprensibile) senza chiave dentro (incomprensibile), finestra (incomprensibile) passare?" chiese il fabbro, mentre chino a terra faceva passare una specie di pezzo di plastica tra lo stipite e la porta, mentre io notavo che tutti i fabbri e gli idraulici del mondo presentano la solita deformazione professionale, ovvero i pantaloni che lasciano scoperta tutta quella parte del maschio, brufolosa e bianchiccia, che qualche coraggioso definirebbe culo. E' interculturale, interrazziale, interquelchevipare questa cosa del mezzo culo di fuori nell'uomo impiegato in lavori manuali.
"Sì, chiusa fuori da mia stanza. Prego me aiuta signore". Il fabbro sorrise, aprì la porta con un passepartout, mi depilò di 100 marchi e mi salutò cortesemente. E se non fosse stato per questo ultimo particolare, quello dei 50 marchi di lavoro + 50 marchi di chiamata, sarei pure stata soddisfatta di me stessa in maniera stellare.
Capire ed essere capiti è il fine ultimo della Creazione. Questa fu la prima volta che compresi un buon 70% di quello che mi veniva detto, e che risultai persino comprensibile senza infilare parole bizzarre tipo regenschirm o schublade in mezzo ad un contesto dove non ci stavano sostanzialmente a fare un cazzo.
Da lì presi il via. Mi sbloccai.

L'ordinazione al ristorante, ad esempio, fu un campo in cui mi cimentai con grande impegno.
Dopo un paio di disavventure in tipico ristorante bavarese, in cui la mia capacità di traduttrice prese un enorme granchio facendomi ordinare robe immangiabili tipo la minestra di budella di vacca e la minestra con le caccole - MAI PIU' MIO DIO MAI PIU'- , le cose migliorarono sensibilmente col MacDonald. Al Mac riuscivo ad ordinare ESATTAMENTE quello che desideravo mangiare. I dipendenti del Mac erano spesso italiani, ma io fingevo di essere di tedeschia tedeschità, e per mia fortuna riuscivo egregiamente nel mio intento.
Ai ristoranti etnici, invece, grandissimi problemi. Al mio preferito, il ristorante vietnamita, le cameriere erano estremamente scortesi e frettolose, e se non ti sbrigavi a rispondere alle loro domande su come volevi il piatto, ti mandavano affanculo in vietnamita. No, io non parlo vietnamita, d'accordo, però vi assicuro che era comprensibilissimo.
"Posso avere riso con funghi piccante e pollo, per favore?"
"Pollo con (incomprensibile) finito." Ed io lì cominciavo a sudare, perchè mi rendevo conto che in quella parola per me incomprensibile si racchiudeva tutto un universo che mi avrebbe impedito di consumare il mio pasto serenamente. E mi toccava chiedere, con la morte nel cuore: "Non capisco. Può ripetere?". E la cameriera vietnamita, memore del fatto di esser stata pure lei una profuga stanca e spaventata, non si muoveva a compassione, no. Anzi, si stronzizzava a dismisura. E ripeteva la solita frase "Pollo con (incomprensibile) finito", però a velocità supersonica, senza guardarti in faccia. Così te non capivi un cazzo ma ti peritavi a ripetere, e rispondevi un vago "Va bene".
Così ti arrivava un bel piatto di riso e funghi SENZA NIENTE. Bono, per carità, ma magari un po' di proteine, giusto per gradire, non avrebbero guastato.

Nonostante io abbia fatto spendere alla mia famiglia una cifra invereconda per un corso di tre mesi in Germagna, che non giustifica assolutamente il livello linguistico acquisito, sono felice di aver fatto questa esperienza. Mi sono divertita veramente tanto, a parte il fatto che ho perso 15 kg in un mese e mezzo pur nutrendomi di cioccolata e Kinder Uberraschung in un momento in cui ero effettivamente già magra di mio e non ne avevo alcun bisogno.
E mi sono persino riproposta di tornarci. Ed infatti l'ho fatto, col Gig, qualche anno fa, in un indimenticabile settimana di passione in cui riuscimmo a: 1. spendere due stipendi alla H&M; 2. ubriacarci di brutto in un biergarten bellissimo e buttare quasi giù un muro costruito coi boccali di birra per cercare un appoggio per legarci le scarpe; 3. farci mangiare la tessera bancomat che era anche carta di credito perchè, da ubriachi fradici, non ci ricordavamo il PIN, subito dopo aver preso la sbornia al biergarten ed aver attentato al muro di boccali.

L'unico rimpianto che ho è quello di non essere stata a MUUURRRRRNAAAAAUUU.
Ci andremo, me lo sono ripromessa. Ma col treno.

domenica 6 dicembre 2009

Malattie gravi e terapie nonnesche. Mai farsi cogliere impreparati.

In questo periodo di grande aridità bloggica, mi sono accorta che questo blog non si autoaggiorna come per magia ma che devo mettermi lì e scrivere. Acciderba, una bella fatica per una povera donna incinta con mille cose a cui pensare.



E comunque, siamo malati.

Abbiamo la tosse. Da tempo immemorabile.

E dico abbiamo, perchè sebbene io goda di discreta salute a parte emorroidi, reflusso gastroesofageo (che mia suocera ha tentato di curare a colpi di bagna caoda, santa donna), una strana irritazione intorno alle narici e altri disturbi di cui non parlo, è come se io fossi parte del Nano e lui fosse parte di me, quindi se salta il pasto NON ABBIAMO MANGIATO, se non dorme NON ABBIAMO DORMITO, insomma, 'ste cavolo di amenità mammesche di stacippa.



I rimedi che ho scelto per lui ovviamente non vanno bene.

E sono combattuta, da un lato c'è mia madre con il suo sistema 3L e dall'altro mio suocero con lo sciroppo di rapa.



Spiego brevemente.

Il sistema 3L consta di tre fasi fondamentali: la prima, denominata LANA, consiste nel vestire con moltissimi strati di maglioni di lana, calzamaglie, calzini, il povero infante, che deve assumere improvvisamente 4 taglie in più per via dell'imbottitura. Ci si può fermare solo quando la temperatura corporea supera quella di fusione dell'uranio. La seconda fase, denominata LATTE, consiste nel somministrare al Nano imprigionato nei maglioni parecchie dosi di latte, facciamo anche un litro e mezzo al giorno, fino a che non dimostra disagio fisico cacandosi addosso, perchè non dimentichiamo che oltre il 60% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio e così pure mio figlio. La terza fase, quella decisiva, è la fase LETTO. La fase letto, come potrete capire dal nome, consiste nel tenere a letto un treenne.

Ahahaha, facile eh? Una cazzata veramente. Munitevi di lettini di contenzione, di quelli con le cinghie. Mica facili da trovare, da dopo la legge Basaglia se ne trovano in giro soltanto in certe strutture per anziani dove non fareste ricoverare manco vostra suocera. Altrimenti ipnotizzatelo con i teletubbies in loop.

Pare facile, ma non lo è.



L'altro rimedio collaudatissimo da mio suocero (che non dimenticate, era quello che suggeriva di strofinare con la grappa le gengive del bambino alle prese coi primi dentini), è il miracoloso sciroppo di rapa. Lo sciroppo di rapa, come suggerisce il nome, è un estratto di rapa trasformato in sciroppo attraverso non so quale misterioso processo (che a pensarci bene non voglio manco sapere), attraverso il quale un quintale e mezzo di rape producono un decilitro di liquido denso dal colore opalescente.

Avete presente il sapore delle rape? Buone, vero?
Vero che se vi dicono "immagina una cena in un ristorante elegante" e vi mettete a visualizzare le pietanze che desiderereste ardentemente mangiare, vi vengono in mente le rape? Succede sempre anche a me. Ma la cosa che mi piace di più in assoluto dello sciroppo di rape prodotto dalla premiata ditta Adorati Nonnini, è immaginare Nonna Mimetica che rimesta nel pentolone, magari senza dentiera, con la sigaretta in bocca in quella posizione particolare che assumono tutti i fumatori quando hanno le mani occupate, ovvero cicca sul lato del labbro e occhio chiuso, cosa che la farebbe somigliare ad una specie di Braccio di Ferro. Un'immagine di un romaticismo unico, alla quale amo pensare quando mi sento minacciata dagli eventi di questo mondo.

Ecco, lo sciroppo di rapa si presenta in un barattolino piccolo, o in una bottiglietta da succo di frutta, che un tempo contenevano altre cose. Questo packaging è FONDAMENTALE per garantire al consumatore finale (in questo caso, il water) la garanzia che il prezioso elisir di gioventù (o giovinezza, scegliete a seconda se siete di destra o di sinistra) sia effettivamente fatto in casa dalle sante manine di una nonna premurosa.
Una volta che avrete questa garanzia inderogabile, aprite il barattolo ed accostatevi le narici. Di cosa sa? Non ha importanza. La cosa importante è che VE NE LIBERIATE. Somministratelo dunque in un'unica dose al water di casa, oppure se disponete di un pozzino biologico a portata di mano, potete gettarlo lì e dimenticarvene.
E mi raccomando, quando i suoceri si informeranno telefonicamente del fatto che lo sciroppetto abbia sortito un risultato, simulate entusiasmo per questo prodotto - anzi - questo MEDICAMENTO del tutto naturale, emanazione diretta del principio omeopatico della Rapa Communis, e comunicate loro che sta sortendo i miracolosi effetti tanto agognati. Infatti il vostro w.c. continuerà a splendere di biancore porcellaneo, e vostro figlio non vi odierà per averlo costretto a buttar giù qualcosa di realmente disgustoso ed inavvicinabile.

E mi raccomando, sappiate essere creativi.
Quando vostra madre vi chiederà le tre fatidiche conferme allo stato di effettiva applicazione della terapia, ovvero "gliel'hai messa la lana?" come no, mamma: una pecora intera.
"Gliel'hai dato il latte?", certo, gli stiamo tenendo la bocca aperta, il Gig tiene fermo l'imbuto ed io provvedo a versare; "Ma il bimbo è a letto?" certo che sì, è nel suo lettino con la pecora di cui sopra. Speriamo solo che faccia effetto l'antipulci.
Speriamo.

giovedì 22 ottobre 2009

La cannibala

"Mammaaaaaaa, c'era un MOTTLO in camera! Non posso dormire."
"Ma no, tesoro, ma cosa dici. I mostri hanno troppo da fare per venire a mangiarti."
"No, no, c'era. Anzi, erano tanti e mi cchiacciavano "
"Come ti schiacciavano?!"
"Sì, con un piedone tutto puzzoloso."
"Ma io li plendevo e li buttavo tutti via lontano, poi li mangiavo tutti."
"Ma dai. Accipicchia, Nano, che finaccia hai fatto fare a quei poveri mostri."
"Sì, sono tutti qui, nella pancia. Li ho mangiati. Come hai fatto tu con il FLATELLINO"

Già, perchè avevo dimenticato di dirlo: per febbraio è atteso un altro di quegli uccellacci bianchi che spesso recano nel becco dei pacchettini apparentemente inoffensivi, ma dall'alto potenziale atomico.
Arriverà in planata, e sarà un altro maschio.

La mia vita futura sarà totalmente priva di cose rosa, mollettine per capelli, barbies e soprattutto senza quelle cacate dei miominipony.

Viva il futuro! Abbasso le Winx!

martedì 1 settembre 2009

Ai don spic inglisc

E' mattina di un martedì d'estate, e la Lupina si trova in una piazzetta cementata al 93% della sua superficie totale, sulla quale incombe una totemica costruzione in legno su cui si arrampicano torme di infanti sudati.
Dalle panchine circostanti, nonne e mamme brandenti succhi di frutta e panini, creano un sottofondo musicale che suona come un mantra nella calura agostana: non correre, non sudare, stai attento che si cade, stai attenta che ti strappi il sottanino.

Un bambino abbronzatissimo, la cui coordinazione fisica è seconda soltanto a quella di Luca Giurato, si arrampica in maniera maldestra sulla complessa costruzione lignea, su cui qualcuno ha scritto misteriose frasi rituali quali viva la topa e mario perchè non mi cachi?.

Una graziosa bambinetta sui due anni si avvicina al bambino-Giurato di cui sopra, e fissandolo negli occhi intensamente, gli comunica qualcosa in bambinese stretto.
Lui la guarda stranito, lei gli sorride. E sgancia una serie di parole a caso e senza senso.
Si guardano di nuovo, e lui conclude:
"Io non pallo LINGLESE"

E se ne va.

lunedì 3 agosto 2009

Delirio serale

E' sera. Lupina esce dall'ufficio e si avvia verso la macchina, lasciata in un luogo lontanissimo nel parcheggio del camping.
Ad un certo punto scorge di spalle un uomo, che porta al guinzaglio un cane nero.
Egli non è l'uomo del post precedente, no. Egli è un uomo ben fornito di capelli grigi, sulla sessantina, ed indossa una lunga canotta beige. E, cosa peraltro curiosa, per uno strano scherzo di rifrazione della luce, pare non portare mutande.
"Ah ah che buffo," pensa Lupina, " ma guarda che strani scherzi che fanno le ombre! Quella cosa che spunta dalla canottiera sembrerebbe un culo peloso, ah ah!"
E mentre Lupina si avvicina a passo veloce per raggiungere la macchina ed evitare di morire di fame lì nel parcheggio, l'immagine che si materializza sotto i suoi occhi è proprio quella.

Sì. Quella di un uomo capelluto che porta tranquillamente a spasso il suo cane.
Senza mutande.

domenica 26 luglio 2009

Imperatori romani. Una storiaccia di cani.

E' pomeriggio inoltrato. La calura è soffocante, Lupina da dentro la sua postazione-acquario, osserva intorpidita il paesaggio campeggistico semi deserto.
In realtà, solo chi la vede da fuori può pensare che stia osservando.
In realtà, ella si è dipinta due occhi sulle palpebre, ha appoggiato il mento sulle mani, e dorme.

Ma ad un certo punto, un campeggiatore turba il suo placido sonno di receptionist mentalmente assenteista: un pensionato smagliettato, con pantaloncini optical che ricordano tanto la pavimentazione dei bagni delle sue scuole elementari, si avvicina con fare deciso alla sua postazione.
Nonostante gli accidenti e le parolacce espresse solo a livello mentale, Lupina si scuote dal sonno profondo, e si appresta a dare udienza al gentile utente.
"Buongiorno signorina!"
"Buongiorno, Signor Campeggiatore Anziano e Senza Maglietta. In cosa posso esserle utile?"
"Ha visto entrare qui una coppia di giovani con un cane giallo?"
Lupina è imbarazzata. Vorrebbe confessare che stava dormendo, ma teme ritorsioni lavorative, e si informa meglio.
"Ehm, veramente non ci ho fatto molto caso... ma quando sono entrati?"
"Adesso! Come ha fatto a non vederli?"
"Ma.. io veramente... ehm, stavo guardando lo schermo del computer... dovevo fare una cosa, ehm, ero un po' distratta"
"Non è possibile, sono passati ADESSO"
"Ehm, effettivamente forse li ho visti, ora che mi ci fa pensare, solo che ehm, non ci ho fatto molto caso"
"Ecco, quei due lì sono due DELINQUENTI!"
"Accidenti, cosa hanno combinato?"
"Ha visto quel cane giallo brutto, un po' marroncino, grosso enorme con una capocciona così?"
"Ah, sì" mente Lupina, "l'ho visto, certo."
"Lei mi deve dire come si chiamano, io vado dai carabinieri , li devo denunciare!"
Si inchina sotto il bancone, e riemerge brandendo sotto l'ascella un kalashnikov a forma di cane-topo, il quale comincia a mitragliare un'abbaiata stridula fastidiosissima: "Vede questo povero canetto mio? Quel cane giallo brutto ha tentato di mangiarlo!"
"Su, i cani non mangiano gli altri cani! Si saranno magari un po' azzuffati"
tenta Lupina in modalità esperta cinofila, "sa come sono i cani, quando si vedono si annusano un po' il sedere, e se non si piacciono si abbaiano"
"Ma quel cane lì è un DELINQUENTE!" insiste il signore smagliettato, minacciandomi col topo, "Ci ha aggrediti fuori dal supermercato! Mi ha fatto cadere in un'aiuola, ho sbattuto il sedere per terra per salvare il povero canetto mio (Lupina comincia a sospettare che il kalashnikov si chiami proprio Povero Canetto Mio, vista l'insistenza) dalle grinfie di quel cagnaccio! Ma non finisce così, io li denuncio! Però lei mi deve dire come si chiamano."
"Ah no, questo proprio non posso. Anche perchè non so chi siano, abbiamo 300 piazzole con un migliaio di utenti, non posso ricordarli tutti."
"Ma magari si ricorda il cane. Aveva un nome che avevo già sentito... un nome strano... un nome... da imperatore romano!" esulta il padrone del Povero Canetto Mio.
"Si chiamava... mmh, non mi viene in mente."
Lupina fa uno sforzo sovrumano e tenta: "Ehm, Nerone?"
"Nono, in un altro modo"
"Traiano?"
"No, no, che Traiano. Era proprio un altro nome. Da imperatore romano, ha presente?" ribadisce il Signore Smagliettato.
"Boh, Cesare... Tiberio? Marco Aurelio? Diocleziano?"
"Noooo, un altro nome! Mi aiuti!"
Lupina vorrebbe dire al Signore Anziano che fino ad ora gli imperatori li ha detti tutti lei e lui nemmeno uno, e che sta facendo uno sforzo sovrumano per ricordarseli, ma si contiene.
"Romolo Augustolo? Pertinace?" Fine dei nomi. Non gliene vengono in mente altri.
"Nooo" risponde seccato il padrone del Povero Cane Mio. Momento di pausa.

"Ecco come si chiamava! " mi annuncia trionfante, "Si chiamava BIRILLO!"



A volte mi chiedo se ho le visioni, o se qualcosa in quello che mangio quotidianamente è avariato.
Forse ho un pallino di grasso che mi preme una vena nella testa.
Boh.

martedì 21 luglio 2009

Maschilismo

C'è un bambino che gioca sul pavimento della cucina.
In una mano stringe una mietitrebbia, nell'altra un furgoncino rosso marca Renault, uguale uguale a quello dell'adorato zio S. Il bambino parla a voce alta, a due voci: una profonda e virile (o almeno ci prova) appartiene al guidatore della mietitrebbia, l'altra, stridula e chioccia, all'autista del furgoncino.

"Signora, fammi passare." dice la voce profonda
"Non posso, mi si è fermato lo furgone!" risponde la vocetta. Chissà come mai il Nano, quando mette l'articolo determinativo alla parola furgone, gli viene fuori questa roba che sembra italiano medievale, o dialetto marchigiano.
"Mi importa una sega, signora, io ciò da andare a lavorare! E muoviti, befana!"

Mi sa che devo fare un bel discorsetto ai guidatori di auto di sesso maschile della mia famiglia. Mh.