venerdì 18 luglio 2008

Il concerto. Sopravvissuti.

Il teatro degli Arcimboldi è una cattedrale in mezzo ad un deserto di cemento. Nella fantasia dell'amministrazione comunale milanese, la costruzione di un teatro di siffatta presenza doveva sopperire alle mancanze scaligere, e così fu. Bistrattato e detestato dalla Milano bene dell'opera lirica e della tradizione della Scala per l'ovvia disparità di presenza fisica, è stato destinato alla stagione di prosa e ai concerti. E se non fosse che quando siamo approdati finalmente a questa cattedrale di legno color ciliegio ci hanno strappato i biglietti e fatti accomodare nel foyer per un caffè, avremmo giurato di essere capitati al Plainsboro Hospital del Dr. House. E di solito, al Plainsboro Hospital non ti chiedono di lasciare le tue cose al guardaroba, cosa che noi Lupini da bravi provinciali ci siamo guardati bene dal fare.
In un momento di rara preveggenza, mi era venuto in mente che, dato il prezzo dei nostri biglietti (erano ovviamente i più economici), la famigerata fila 54 poteva essere un'anticchia inculoailupi, e mai previsione fu più azzeccata: giusto dietro ad un pannello di fastidiosissimi riflettorini alogeni dal lungo stelo, una specie di praticello luminoso che ci ha tormentato le retine durante tutti i 52 minuti di ritardo rispetto all'inizio dello spettacolo. Ed il fatto che io non mi sia voluta separare dalla mia borsona verde non era dovuto alla presenza di caciotte e salami come in Totò, Peppino e la Malafemmena, ma ai due cannocchialini da birdwatching che Lupina la Prudente ci aveva infilato dentro poco prima di partire. Comunque, al di là dello shock per la indubbia stranezza ospedaliera della struttura, devo dire che sebbene i posti a sedere siano ridicoli e inadatti ai più alti di un metro e sessantasette (e di coscia corta, mi raccomando), l'acustica è fenomenale. Si sentivano persino lo strap del nastro adesivo usato dai roadies per attaccare la scaletta ai vari strumenti.
Una rapida occhiata intorno, e ci si rende conto che i fan di Tom Waits è decisamente eterogeneo. Forse uno dei più eterogenei che io abbia mai visto. E soprattutto, disposto a sacrifici che noi umani non possiamo assolutamente immaginare: il Gig ed io abbiamo fatto il pianto greco per l'infinità dei chilometri percorsi fino a quando non abbiamo visto torme di persone col trolley incamminarsi a piedi verso il guardaroba. C'era gente arrivata in macchina dalla Croazia e dalla Slovenia, in aereo dal Regno Unito (quel chiorbone capellone davanti al Gig, ad esempio, che probabilmente adesso giacerà in un letto di ospedale per tutti gli accidenti che gli abbiamo mandato. Ma gli inglesi non erano tutti calvi, maremmassassina?), dalla Francia, dalla Svezia, dall'Olanda. L'età assolutamente ininfluente, dal ventenne in canottiera e birretta al sessantenne brizzolato, i Rain Dogs sono tanti, sfuggono alle definizioni e spesso si nascondono sotto il blazer da geometra del Comune, hanno gambe buone e tanta pazienza, sono capaci di dormire in tutte le posizioni e soprattutto sono creativi - ma tanto, giuro - nel trovare escamotages brillanti per pagare poco, per imbucarsi, per scroccare. L'unica cosa che unisce questo strano popolo, al quale forse non ci siamo accorti di appartenere, è questa grande linea di passione per un certo tipo di spettacolo (perchè ridurre tutto dicendo un certo tipo di musica? perchè non è solo di questo che si tratta), per le atmosfere da circo, per gli show viaggianti coi fenomeni da baraccone.

Innanzitutto, una grande rivelazione: Tom Waits esiste. Io sospettavo che fosse un'invenzione degli americani per far credere a noi europei di saper produrre qualcosa di buono.
E invece esiste.
Fino a che non è salita sul palco questa figura dinoccolata, con le scarpe antinfortunistiche dell'Italsider ed un cappellaccio che sembrava rubato ad un mendicante distratto, onestamente avevo dubitato. Che il Signore abbia pietà di me. Esiste, e nonostante assomigli più ad uno spaventapasseri che ad un essere umano, ha una presenza scenica enorme. E' magro, con le leve lunghe e due manone da minatore bulgaro, e forse non pesa neanche tanto, ma occupa un sacco di spazio in larghezza ed altezza, si agita, si sdoppia, certe volte sembrava quasi di vederne due, e senza aver toccato alcolici.
E poi, altra rivelazione, quella voce è vera. Cioè, lui ha proprio quella voce lì. Non ci sono strumenti a modificarla, è proprio quella che si sente nei cd. Io non ci credevo tanto, ma ci speravo.
Di fronte a questa duplice rivelazione, sono rimasta sconvolta. Adesso sono pronta a tutto, anche a credere alle apparizioni di Lourdes. Anche all'esistenza dell'incaricato della Mondialcasa.

Dall'inizio dello spettacolo in poi, è stato come trovarsi proiettati in quegli show ambulanti in cui certe stranezze della natura che normalmente ispirerebbero orrore nei più trovano la loro nobiltà, la loro bellezza. Il direttore è anche bigliettaio, presentatore, allestitore di palcoscenico: cambia il cappellino, et voila. E' una musica storpia per voci gracchianti, è l'unghia che corre sull'ardesia e ti lascia con i bulbi piliferi in delirio, è l'orecchio che sente la nota dissonante e lo stridore di ferrivecchi e che non si abitua, ma stranamente apprezza ciò che normalmente rifuggerebbe, perchè anche l'armonia a volte si rilassa, la musica impazzisce ed ha bisogno del suo contrario per sentirsi se stessa. Appollaiati sulle nostre seggioline, coi cannocchialini della salvezza in mano, possiamo dire che per un paio d'ore abbiamo sognato un sogno circense di musica perfetta perchè imperfetta, e ci siamo sentiti tutti immensamente belli proprio perchè tutti maledettamente imperfetti.
Il clou l'ho raggiunto quando, da solo al pianoforte, in mezzo alla nuvola di polvere scenica (perchè ogni circo ha la sua bella quantità di spazzatura e polverume, e fortunatamente Tom Waits ci aveva pensato e se l'era portata da casa. Al Plainsboro Hospital Arcimboldi la polvere non viene fornita), ci ha buttato là come niente fosse una versione strappamutande di Tom Traubert's blues, che mi ha costretto a riporre il cannocchiale e lacrimare copiosamente allagando le guide di moquette rossa. Il Gig mi ha fermato in tempo, quando in preda al delirio da fanatica all'ultimo stadio, stavo cercando di strapparmi un molare con costosa otturazione in resina per lanciarlo sul palco come ultimo omaggio.
Avrei potuto fare la cronaca. Raccontare di come sono entrati in scena i vip, trascrivere la scaletta, descrivere tipo e posizione degli strumenti, e magari anche i nomi dei musicisti, ma perchè farlo? In fin dei conti questo è il mio blog, non è una testata giornalistica. Ci scrivo un po' quello che mi pare.
Per esempio, potrei raccontare che poi ad un certo punto è finito il concerto e che siamo risaliti in macchina per spararci un altro cinquecentinaio di chilometri, ma perchè indugiare in particolari inutili?
Potrei anche raccontare di come, al ritorno, ho cominciato a sbarellare e ad avere le allucinazioni da sonno (vedevo una macchia sul vetro che ad un certo punto si è animata trasformandosi in musino di cane ed ha cominciato a cantare con la voce di Eddie Vedder, un materassino gonfabile da spiaggia ci ha sorpassati a tutta velocità sulla Cisa, il guard rail ad un certo punto si è trasformato in uno scaleo ad infiniti pioli, e i camion da lontano nel buio sembravano tante macchine del futuro, perchè la mente annebbiata dal sonno mancato ci metteva del suo ridisegnandone i contorni), ma non ho voglia di farlo. Ho voglia di coccolare ancora un po' questa macchia di luce che mi è rimasta appiccicata alla retina, questa impressione che anche dopo un giorno ti rimane incollata addosso, quella di aver assistito ad uno spettacolo che aspettavo da nove anni e che avevo purtroppo mancato per cause di forza maggiore.
Stavolta, caro il mio zio Tom, noi c'eravamo.
Ci rivediamo tra nove anni, se tutto va bene. E magari ne riparliamo.



2 commenti:

mamikazen ha detto...

Ggggggggggrrrrrraaaaaaaaaaaziiiiiiiiieeeeeeeeeeeeee Lupiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!

Bello, bello, bello!
E non ti azzardare mai a fare una cronaca "come si dovrebbe". Questa è poesia. A Tom piacerebbe moltissimo. :-)

serialmama ha detto...

io ti odio affettuosamente :-)